Morbillo, l’età media di chi si ammala è di 27 anni. Il ruolo dei vaccini

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Morbillo in Italia, non è roba solo da piccoli: l’età media dei malati, infatti, è di 27 anni. La regione dove si registra la maggior parte dei casi è il Lazio con oltre un terzo di tutti i malati nazionali che dall’inizio dell’anno sono stati 4.193. L’88% dei casi ha riguardato soggetti che non sono stati vaccinati contro il morbillo; basta una sola dose di vaccino per abbattere di dodici volte il rischio di contrarre la malattia.

NEL LAZIO UN TERZO DEI CASI

Sono gli elementi che si ricavano dal bollettino settimanale sul morbillo in Italia elaborato dall’Istituto Superiore di Sanità. I dati sono quelli raccolti dall’inizio dell’anno fino al 13 di agosto 2017. Innanzitutto sorprende l’importanza di vaccinarsi contro il morbillo: dei 4.193 casi registrati ufficialmente (con tre decessi, purtroppo) l’88% ha riguardato persone che non si sono vaccinate. Il 7% dei casi ha interessato pazienti che hanno assunto una sola delle due dosi di vaccino (il vaccino è trivalente e preserva anche contro rosolia e parotite).

Più della metà delle persone (esattamente il 56%) che si ammalano di morbillo ha una fascia di età tra i 15 e i 39 anni, dato questo che evidenzia che si tratta di una malattia non soltanto dei bambini. Sotto i 14 anni la quota è complessivamente del 26%. L’età mediana è di 27 anni. Chi si ammala va incontro nel 34% dei casi ad almeno una complicanza (diarrea, stomatite, cheratocongiuntivite, polmonite, epatite, insufficienza respiratoria, otite e altro); tanto che nel 22% dei casi si fa ricorso al pronto soccorso e nel 42% dei malati si richiede il ricovero. Anche i sanitari esposti al pubblico pagano il loro prezzo al morbillo: dei 4.193 malati, ben 283 (ovvero il 6,7%) sono di operatori sanitari.

Infine, le statistiche dell’Istituto Superiore di Sanità svelano che è il Lazio la regione con maggior numero di malati: fino al 13 agosto i casi sono stati 1.401 vale a dire il 33,41% dell’intero dato nazionale. Seguono la Lombardia (720 casi), il Piemonte (607), la Toscana (355) e il Veneto (278).

Una situazione molto preoccupante, anche più di quanto emerso nel 2015 dal primo allarme sanitario QUI RIASSUNTO. Vaccinazioni che sono in calo per QUESTE PAURE smentite ufficialmente dagli organi sanitari istituzionali. Per ogni dubbio è a disposizione QUESTO NUMERO VERDE.

ECCO IL BOLLETTINO sul morbillo dell’Istituto Superiore di Sanità.

CAOS ANNUNCIATO NELLE SCUOLE

Intanto esplode la protesta nel mondo scolastico riguardo agli adempimenti legati al decreto Lorenzin ovvero al controllo delle iscrizioni condizionate alla vaccinazione dei bambini iscritti. Con le nuove regole sui vaccini, infatti, le segreterie scolastiche saranno caricate di “tensioni e oneri afferenti a sanità e famiglie”: lo sottolinea l’associazione sindacale Anief, chiedendo uno “stop all’attuazione del decreto” e valutando “azioni per impugnarlo”. Per il sindacato, “attraverso le due circolari esplicative si è riusciti nell’impresa di fare peggio della norma-madre: sono state imposte rigide disposizioni che precludono la possibilità di far frequentare la scuola agli alunni fino a 6 anni non in regola, minando il diritto allo studio previsto dalla Costituzione italiana, e si conferisce ai presidi una responsabilità, con tutte le incombenze che comporta, che per ovvi motivi non può essere a carico dell’istruzione pubblica ma rimane di carattere puramente medico-sanitario”. “Serviva un dibattito e un adeguato confronto con le parti sociali – ha detto Marcello Pacifico (Anief-Cisal) – e inoltre lo Stato si è spinto oltre le proprie competenze dimenticando di attivare un adeguato raccordo con la scuola. Il nostro studio legale sta approfondendo i contenuti delle circolari applicative del decreto, per verificare se vi sono i presupposti giuridici per bloccarne gli effetti pratici, anche ricorrendo contro lo stesso decreto. La scuola non può continuare a fungere da ‘imbuto’ dove infilare i problemi sociali. Perché, ad esempio, non si è previsto lo stesso obbligo per tutti coloro che fanno una visita o si ricoverano in ospedale? In altri luoghi di affollamento, se i vaccini sono così rilevanti per la salute pubblica, per quali motivi non è stato adottato lo stesso criterio di indispensabilità delle certificazioni per l’accesso?”, conclude la nota.

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