Il Covid frena la lotta all’AIDS: 18mila infetti non sanno di aver contratto HIV

Allarme dei medici la pandemia Covid-19 condiziona in negativo l’individuazione degli infetti HIV e il relativo follow-up. Quasi ventimila persone in Italia non sanno di aver contratto l’HIV

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L’attenzione della sanità pubblica e gli sforzi del sistema sanitario verso il coronavirus covid-19 rendono più complessa la lotta all’AIDS e al virus che lo scatena l’HIV. Un dato allarmante se si considera che si stima che in Italia siano almeno 18mila le persone, soprattutto nella fascia dei più giovani, che non sanno di aver contratto l’HIV.

Sono i dati emersi nel corso del primo Hackaton sull’Hiv promosso dall’azienda statunitense di biofarmaceutica Gilead Sciences tenutosi online (qui trovi il dettaglio).

Ebbene, circa 120mila persone in Italia sono attualmente sieropositive (dato al settembre 2020) ma ben 18mila, soprattutto tra i giovani, non sanno di aver contratto l’Hiv. «Numeri che rischiano di aumentare nel momento in cui l’attenzione è tutta concentrata sul Covid-19, rendendo difficile l’offerta del test per la diagnosi di sieropositività e l’assistenza sanitaria delle persone sieropositive». A spiegarlo è Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive (Simit).

E’ un elemento di profonda gravità che il grave “sommerso” di infetti non venga portato alla luce perché, se preso in tempo, l’AIDS può consentire al paziente una condizione di vita pressochè normale. Purtroppo, però, spesso l’infezione da Hiv, inizialmente silente, viene diagnosticata anche a distanza di tempo, in media con un ritardo di 4 o 5 anni.

«Farmaci eccezionali per l’Hiv – sottolinea l’infettivologo – ci permettono ormai di controllare la malattia e di dare a questi pazienti una vita normale. In particolare, la qualità di vita è migliorata in modo notevolissimo, grazie al fatto che chi è curato con gli antiretrovirali, non trasmette la malattia. Abbiamo però tante sfide da vincere».

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Secondo gli obiettivi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entro il 2030, il 90% delle persone con Hiv dovranno essere diagnosticate, il 90% di quelle diagnosticate dovranno esser trattate e il 90% di chi è in cura dovrà avere benefici terapeutici. «Abbiamo raggiunto – prosegue Andreoni – il secondo e terzo obiettivo ma sul primo dobbiamo migliorare: abbiamo tante persone che non sanno di essere infette e questi casi sommersi rappresentano un problema per la salute di queste persone e anche un problema di sanità pubblica. Inoltre, questo può condizionare in negativo il decorso dell’infezione e l’efficacia delle terapie, nonché aumentare le possibilità di trasmettere il virus ad altri, con ricadute sulla sanità pubblica».

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Ancora oggi infine bisogna fare i conti con la discriminazione di cui a volte i pazienti sono vittime e contribuisce a limitare l’emersione dei casi, così come bisogna affrontare le sfide legate alla cronicizzazione del paziente, conclude Andreoni, «e che pone molte problematiche rispetto all’assistenza sanitaria dei pazienti che invecchiano».

La pandemia di Covid-19 ha complicato maledettamente i piani. «C’è stato un rallentamento nell’identificazione delle nuove infezioni da Hiv, ci sono stati rallentamenti anche nel monitoraggio dei pazienti già diagnosticati. In questo periodo in cui siamo stati tutti limitati e alcuni toccati più da vicino dal coronavirus Sars-CoV-2 abbiamo visto stravolgere l’attività soprattutto dei medici, quella che era la routine e l’impostazione che era stata data al supporto della diagnosi, del trattamento e del follow up dei pazienti». È la riflessione di Cristina Le Grazie, direttore Medico di Gilead Sciences Italia.

Una felice soluzione per fronteggiare i limiti che portano ad una riduzione della diagnosi è quella del test autodiagnostico. A casa propria, nell’intimità e senza l’imbarazzo di dover recarsi il laboratorio, ci si può sottoporre a prezzi onesti all’esame HIV. Molte aziende specializzate, infatti, vendono anche online test che in pochi minuti, sia attraverso l’analisi della saliva o di una goccia di sangue, forniscono con estrema precisione e affidabilità (99% di precisione) la sieroprevalenza individuale. Questo test, per esempio, è semplicissimo da eseguire e fornisce un risultato di facile lettura in 15 minuti. Il DZWJ Test in 10 minuti attraverso la saliva mostra il referto relativo all’esame del sangue o della saliva. Questo test, infine, riscontra l‘eventuale positività in appena 21-22 giorni dal presunto contagio. Per un risultato certo bisogna comunque ripeterlo 3 mesi dopo la presunta infezione.

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