Come curare il covid-19 a casa ed evitare l’ospedale

Prodotto dall’istituto Mario Negri un protocollo su come riconoscere e curare il covid-19 a casa fino dai primi sintomi

Un gruppo di medici facenti capo all’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” ha elaborato un protocollo per curare il covid-19 a casa ed evitare, laddove possibile, il ricovero in ospedale.

Si tratta di un documento in fase di pubblicazione su una rivista internazionale ma, stando agli autori, già diverse decine di medici di famiglia lo stanno adottando.

Gli autori del protocollo, in fase di pubblicazione sulla rivista Clinical e Medical Investigation, sono i seguenti: Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” già presidente della Società internazionale di Nefrologia, Norberto Perico, Monica Cortinovis e il professor Fredy Suter, per dodici anni primario di Malattie infettive all’ospedale di Bergamo. Si tratta di una procedura frutto dell’esperienza sul campo, sperimentata su cinquanta persone con tampone positivo e con sintomi, tutte guarite senza passare dall’ospedale.

La ricerca ha un obiettivo: non perdere tempo nell’attesa dell’esito del tampone. Questa tempestività offre l’opportunità di prevenire «nella maggior parte dei casi la reazione infiammatoria che comunque quando si manifesta viene colta precocemente ed è quindi trattabile a domicilio».

Il protocollo è stato illustrato dal dottor Giuseppe Remuzzi nel corso di un’intervista concessa alla trasmissione televisiva Rai “Porta a Porta” andata in onda martedì 24 novembre. “Trattiamo questo virus, il SarsCov2, come un qualsiasi virus delle vie respiratorie – premette – Le indicazioni su come comportarsi nei primi sette giorni sono importantissime.  La terapia va cominciata subito nella persona che ha anche solo uno di questi disturbi: tosse, mialgie, mal di gola, mal di testa, perdita di olfatto, febbre, perdita di gusto. Se la persona ha uno qualunque di questi disturbi deve telefonare al suo medico”.

Giuseppe Remuzzi nel corso dell’intervista concessa a “Porta a Porta”

Il medico di famiglia prescriverà il tampone ma, nell’attesa di poterlo effettuare e di ricevere il referto, bisogna attaccare subito i sintomi. “Si somministra l’aspirina, se non ci sono controindicazioni, e poi se c’è qualcuno che ha dolori muscolari e/o articolari diamo nimesulide che tutti conoscono come Aulin, ma non contemporaneamente – spiega Remuzzi – Si agisce sull’infiammazione e sulla successiva reazione immunologica. Quindi si fanno gli esami di laboratorio”.

ATTENZIONE: Il paracetamolo (o tachipirina) non ha potere infiammatorio bensì è antipiretico, serve solo ad abbassare la febbre. Secondo il protocollo del “Mario Negri” c’è bisogno invece di agire subito contro l’infiammazione ed ecco perché è meglio l’acido acetilsalicilico o aspirina.

Se gli esami di laboratorio sono normali, si va avanti così per sette giorni – prosegue Remuzzi – Nel frattempo arriverà il tampone. Il tampone positivo confermerà un’attivazione dell’infiammazione, con segni di attivazione del sistema immune, segni di attivazione della coagulazione oppure alterazione dei globuli bianchi. A quel punto lì si passa al cortisone ed eparina perché la trombosi è certamente un problema. Alle prime difficoltà respirazione ed alla prima caduta della saturazione di ossigeno facciamo una radiografia del torace, anche a casa, o un’ecografia del torace”.

Secondo noi – conclude il direttore del “Mario Negri” – nella maggior parte dei casi si potrebbe evitare il ricovero. Se le cose dovessero poi peggiorare, si porta in ospedale un malato che però non è stato dieci giorni senza far niente. Il vero problema è quando arrivano in rianimazione pazienti che sono stati a casa 15 giorni tra aspettare il tampone, aspettare il medico, facendo solo la tachipirina: allora lì arrivano dei pazienti davvero difficili da curare. Allora lì si rischia”.

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