BPA, l’insidia dal cibo in scatola

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BPA1Dal 1 gennaio in Francia è scattato il divieto di fabbricazione, d’importazione, d’esportazione e d’immissione sul mercato di imballaggi, contenitori o utensili contenenti Bisfenolo A (BPA) a contatto con gli alimenti. In Italia il suo uso non è vietato ma normato in termini di quantità massima ammessa.

QUALI EFFETTI PROVOCA SULLA SALUTE

Quella sostanza si può ritrovare nelle plastiche delle bottiglie dell’acqua, nei contenitori di cibo in scatola, nelle lattine e nella carta da forno. Per la salute umana è dannosa, se assunta in dosi notevoli rispetto al peso corporeo, perché interviene sul sistema endocrino e sul sistema nervoso, comportandosi come un estrogeno. Alcuni studi, poi, hanno messo in evidenza che il composto avrebbe un ruolo non secondario nello sviluppo del tumore al seno e nella sua resistenza alla chemioterapia. I ricercatori, infatti, hanno sottolineato che non soltanto il BPA potrebbe rappresentare uno dei fattori di rischio per la comparsa del cancro, ma interverrebbe anche sull’azione svolta dai farmaci, rendendoli inutili a mettere in atto una terapia efficace, permettendo alle cellule malate di svilupparsi. Recentemente uno studio statunitense ha dimostrato che anche a bassissime quote, non solo il BPA ma anche il sostituto BPS agiscono a livello neuronale nella zona ipotalamica.

L’ATTEGGIAMENTO DELL’UE

Nel 2014 l’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) ha classificato il Bisfenolo A (BPA) nella categoria 1b per la tossicità riproduttiva cioè come sostanza che va considerata in grado di danneggiare la funzione riproduttiva, principalmente sulla base di dati sperimentali. Tale valutazione, presa all’unanimità dal Committee for Risk Assessment dell’ECHA su proposta francese e appoggiata attivamente da altri Stati Membri fra cui l’Italia, pone il BPA fra i “composti particolarmente p r e o c c u p a nti” (Substances of Very High Concern, SVHC) nell’ambito del programma europeo REACH: per le SVHC occorre effettuare una valutazione del rischio considerando le vie di esposizione e proporre misure di gestione ed eventualmente riduzione del rischio. Nel contempo la valutazione del BPA è stata riconsiderata, anche alla luce di nuovi dati, dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) con due importanti pareri sull’esposizione complessiva da fonti alimentari e non alimentari (2013) e sulla rivalutazione tossicologica (2014).

In sintesi, l’EFSA conclude che la dieta è la principale fonte di esposizione, seguita dalla carta termica, e che la dose giornaliera tollerabile (tolerable daily intake TDI) deve essere abbassata di un fattore 10, cioè a 0,005 mg per kg di peso corporeo (mg/kg p.c.). Secondo l’EFSA l’assunzione stimata complessiva di BPA arriva sino al 30% della TDI per il gruppo più esposto (gli adolescenti). Sulla base della nuova e più rigorosa considerazione del BPA nel panorama regolatorio europeo, la Francia ha lanciato un’azione nazionale di riduzione del rischio che certamente merita attenzione anche da parte degli altri Stati membri della Unione Europea. Dal 2011 in Europa, analogamente a quanto avviene negli Stati Uniti e Giappone, è in vigore il divieto di utilizzo del BPA nei biberon, sebbene sia consentito nei materiali e oggetti di materia plastica destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari (regolamento 10/2011/EU), analogamente a quanto avviene in altri Paesi quali Stati Uniti e Giappone. A partire dal 1 gennaio 2015, la Francia ha esteso tale divieto all’utilizzo, alla fabbricazione, importazione, esportazione ed immissione sul mercato nazionale di qualsiasi contenitore a contatto con gli alimenti. Un aspetto importante ed innovativo è che tale divieto è applicato non solo agli imballaggi limentari destinati al mercato francese, ma anche a qualsiasi imballaggio alimentare fabbricato in Francia e destinato ad essere esportato all’estero. I legislatori francesi ritengono, infatti, che non sia né etico né coerente considerare il BPA pericoloso per la salute, impedendone l’uso in patria ma consentendone l’esportazione. Il governo francese nel frattempo aveva autorizzato un’etichettatura recante un pittogramma che ne sconsiglia l’utilizzo alle donne in gravidanza.

I ricercatori dell’Istituto Superiore per la Sanità italiano a proposito del divieto si pongono un interrogativo. “Nel caso del BPA – sostengono – è inevitabile porsi anche un altro problema: come sostituire una sostanza che ha una motivata utilità con un’altra (o altre) per cui vi sia una solida base scientifica che ne dimostri la maggiore sicurezza? La questione scientifica importante è valutare per quali usi il BPA va sostituito e quali sono i possibili problemi delle sostanze candidate a sostituirlo. LIFE-EDESIA, mediante l’uso di modelli sperimentali non animali, intende identificare molecole alternative con una dimostrata minore/assente attività di interferenza endocrina come condicio sine qua non per un’affidabile ed efficace prevenzione e riduzione dei rischi tossicologici”.

COME RICONOSCERNE LA PRESENZA

È quasi impossibile rilevare la presenza di BPA analizzando l’etichetta di una lattina o un contenitore alimentare. Ma rintracciare le molecole sospette è più semplice quando si ispezionano le scatole per imballaggio e le plastiche. Alcuni produttori, infatti, inseriscono un piccolo triangolo per il riciclaggio dei prodotti , in mezzo al quale figura la cifra 7 (altre BPAmaterie plastiche). Ne andrebbe evitato l’uso, soprattutto se è accompagnata dalla sottostante scritta PC (policarbonato).
Meglio rivolgere i propri acquisti alimentari verso i vasetti di vetro ed evitare il riscaldamento degli alimenti in imballaggi in plastica, come raccomandato dal ministero degli Affari sociali e della Sanità francese.

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