Lotta all’Alzheimer, scoperto un farmaco che blocca il processo

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RUGHEOggi, in Italia circa 600mila persone, più tutti i loro familiari, soffrono gli effetti terribili del convivere con la malattia di Alzheimer. E purtroppo, i ricercatori ritengono che entro il 2020, questo numero sarà triplicato arrivando a 1,8 milioni. L’OMS registra che nel 2013 le persone con demenza in tutto il mondo erano 44 milioni (nel 2010 se ne stimavano 35 milioni): di queste 5 milioni risiedono negli Stati Uniti, il Paese con il più alto indice di demenza senile. Per questo, soprattutto oltreoceano, la battaglia per la ricerca di modi migliori per prevenire e curare la malattia si fa ogni giorno sempre più intensa.

TUTTA LA COLPA E’ DELL’AMILOIDE E DELLA TAU

Negli Stati Uniti, il morbo di Alzheimer ha raggiunto la sesta causa di morte, descritta come una malattia neurodegenerativa che rappresenta più del 60% di tutti demenza. Nelle sue fasi iniziali, la malattia si manifesta in casi minori di problemi di perdita di memoria, rendendo la diagnosi precoce abbastanza difficile. Dopo un po’, accelera il processo, causando perdita della funzione cognitiva, e alla fine, la morte. La ricerca sulle origini di questa malattia terribile sembra ormai chiara: gli scienziati attribuiscono la colpa al lento accumulo di amiloide (un prodotto proteico a ridotto peso molecolare e insolubile) e di tau (una proteina con funzione di “spazzina” delle sostanze tossiche) che corrodono le sinapsi, interrompendo la comunicazione neurologica ed eventualmente uccidendo le cellule cerebrali. Tecnicamente, i medici possono essere sicuri al 100 per cento della malattia solo post mortem, quando i test rivelano la presenza di amiloide e di tau nel cervello. Tuttavia, ci sono nuovi farmaci che bloccano la loro crescita, che possono anche identificare i biomarker specifici dell’Alzheimer.
C’è una nuova ricerca per combattere il morbo di Alzheimer che potrebbe rivelarsi vincente negli anni prossimi. Questi pochi farmaci, noti anche come farmaci anti-amiloide, sono la promessa per la cura. Il dottor Robert Stern, direttore Disease Center della Boston University Alzheimer, spiega che uno dei nuovi farmaci, che ha già spostato alla fase 2 il corso degli studi, riesce a “succhiare” la cattiva amiloide dal cervello. I ricercatori stanno cercando di creare un composto che possa essere utile nella fase di prevenzione clinica, considerato che il farmaco ha dimostrato di funzionare nel corso della malattia. Tuttavia, il dottor Stern ricorda che la maggior parte dei nuovi farmaci richiederà una diagnosi precoce della amiloide e della tau che causano l’insorgenza del morbo di Alzheimer. Questo accade raramente visto che la maggior parte dei casi si rivela solo con test neuropsicologici che attestano l’inizio del deterioramento cognitivo. Molti altri casi purtroppo sono diagnosticati solo quando la demenza è già conclamata.

RISULTATI NEI TOPI E IN PROVETTA, ORA SI PASSA AI MALATI

Il dottor Stern è a capo dei test di laboratorio per uno dei pochi farmaci che hanno mostrato progressi nella lotta contro la malattia se il paziente ha già iniziato a svilupparla. Si tratta dello studio NOBLE, condotto dal Medical Center di Boston University (QUI TROVI I DETTAGLI), e il composto denominato T-817MA ha già dimostrato fattibile la grande promessa (anche se solo in provetta e negli esperimenti sugli animali) di proteggere con successo i neuroni contro i danni da amiloide e tau. Ancora più importante che prevenire i danni cerebrali, il farmaco mostra una notevole qualità in più: promuove la ricrescita delle connessioni tra le cellule danneggiate e di nuove sinapsi sane. Il nuovo farmaco si sta ora spostando alla fase 2 della sperimentazione, il che significa che è stato considerato sicuro per essere testato su grandi gruppi di pazienti. Fase che può risultare un po’ difficile da attuare, considerando il problema dell’arruolamento di malati di Alzheimer. Infatti, nonostante i grandi benefici derivanti dalla sperimentazione del farmaco, tra i quali vanno incluse le periodiche consultazioni sanitarie gratuite e la possibilità di entrare in relazione con altre persone durante quella che può essere una malattia solitaria, i medici si imbattono spesso nella riluttanza dei volontari. Dal sito del Medical Center della Boston University non è chiaro se l’arruolamento dei pazienti possa avvenire anche a distanza.

2 COMMENTS

  1. MIA MOGLIE CON MALATTIA DEGENERATIVA….TUTTI I FARMACI SOMMINISTRATI NN HANNO PRODOTTO IL RALLENTAMENTO DELLA MALATTIA….SOSPENDENDO TUTTI I FAEMACI NN HA PIù ALLUCINAZIONI..E RIESCE ANCHE A RICONOSCERMI…..LA PIAGHE DA DECUBITO LA STANNO DISTRUGGENDO……

    • Ha tutta la nostra comprensione. Ci vuole forza, siamo convinti che la soluzione farmacologica sia molto vicina: lo studio Noble che citiamo nell’articolo è in fase 2 ovvero in sperimentazione sui pazienti.

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