Banca del DNA forense, Italia in ritardo

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DNA1Una banca del Dna per scagionare o escludere gli innocenti dalle indagini e incastrare i responsabili. E’ la soluzione indicata dagli organi di investigazione di tutto il mondo e persino annunciata da un trattato internazionale del 2005. Eppure l’Italia, a dieci anni da quell’accordo, non ha ancora avviato la costituzione di questo preziosissimo patrimonio data base. Di questo e di molto altro si parlerà il 3 febbraio 2015 nel convegno “Banca dati del Dna: le soluzioni della scienza contro il crimine” che si terrà presso il Museo Criminologico di Roma.

L’UTILITA’ DELLA BANCA DEL DNA

Quante volte sentiamo parlare di “tracce biologiche lasciate dal criminale sul luogo del delitto”? Le cronache si riferiscono a materiale organico quale saliva, peli, capelli, sperma e sostanze di provenienza umana dalla quale ricavare il profilo genetico. L’attivazione della banca dati del Dna anche in Italia aiuterebbe a risolvere e prevenire i crimini, a identificare le vittime, a escludere gli innocenti. Purtroppo questo supporto, in grado si assicurare indagini più veloci e con un raggio di azione investigativa più ampio, potendo contare su i database degli stati europei che hanno già in funzione gli archivi, nel nostro Paese è chiuso nel cassetto del dimenticatoio. Sono passati quasi dieci anni dalla firma del trattato di Prum (2005) quando l’Italia si impegnò con Belgio, Germania, Spagna, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Austria a rafforzare la cooperazione di polizia in materia di lotta al terrorismo, alla criminalità transfrontaliera ed all’immigrazione clandestina con l’istituzione della banca dati.

L’IMPRONTA GENETICA SULLA SCENA DEL DELITTO

Se l’introduzione della rilevazione dell’impronta digitale è stato il primo passo verso la profilazione dei detenuti, un archivio dei campioni di Dna ne rappresenta l’evoluzione tecnologica: ad esempio non solo identifica un individuo su una scena del crimine, ma dà indizi sul suo genere, maschio o femmina, e altre informazioni rilevanti. Dal caso dell’omicidio di Alberica Filo della Torre ad Elisa Claps, molti sono i casi irrisolti che hanno ottenuto una svolta solo dopo lo studio dei campioni di Dna. Sono i cosiddetticold case cioè quei crimini nei quali la scienza e l’introduzione di tecniche moderne hanno dato un contributo fondamentale, fugando dubbi e supportando le indagini. Come? L’uso del Dna ad esempio permette di escludere innocenti se le tracce rinvenute sono diverse da quelle dell’indiziato, riducendo la cerchia dei sospetti.

LE POSITIVE ESPERIENZE DEGLI ALTRI PAESI

Il Dna è utilissimo a circoscrivere gli “universi” di indagine poiché spesso (nel 70% dei casi) i responsabili di crimini violenti sono statisticamente dei recidivi. Secondo gli studi pubblicati dal Dipartimento di Giustizia americano, i detenuti liberati dalle prigioni sono stati nuovamente arrestati ad un tasso di oltre il 67 % , e circoscrivendo questo dato ai crimini violenti, gli autori di reati sessuali hanno una probabilità 4 volte superiore di ripetere lo stesso crimine rispetto a chi ne commette altri tipi. In un altro studio su i cosiddetti ‘’criminali professionisti’’, i ricercatori hanno scoperto che il 70 % dei crimini dell’America è commesso da solo il 6 % dei criminali. I paesi con sistemi maturi di database del DNA – come il Regno Unito , Stati Uniti e Nuova Zelanda – che hanno schedato circa il 40-60% della popolazione criminale, su 10 crimini violenti irrisolti, che hanno inserito nel database, almeno 4 saranno immediatamente ricondotti ad un delinquente conosciuto.

LE INDAGINI SULLA BASE DEL DNA

In America ad oggi, secondo i dati del rapporto annuale della fondazione The Innocence Project’s, il test del DNA post-condanna è stato utilizzato per scagionare oltre 300 persone che sono state ingiustamente condannate per gravi crimini violenti, di cui 17 nel braccio della morte.

Il ricorso al DNA forense, inoltre, è utile per l’identificazione dei dispersi e dei cadaveri non riconoscibili. Questa metodica, per esempio, è stata anche utilizzata per identificare i resti naturali dopo lo tsunami del 2004 che ha ucciso migliaia di persone, e più di recente nel 2011 in occasione delle inondazioni in cui hanno perso la vita oltre 800 persone. In Italia recentemente è stato utilizzato per l’identificazione dei resti delle vittime dell’incidente della Costa Concordia.

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